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CRONACA ORA PER ORA – L’ex governatore della Bce scioglie la riserva: Franco all’Economia, Cartabia alla Giustizia, alle infrastrutture Giovannini, allo Sviluppo economico il leghista Giorgetti, all’istruzione Patrizio Bianchi, al lavoro il dem Andrea Orlando. Confermati Di Maio, Lamorgese, Speranza, Guerini, Franceschini. La componente Forza Italia: Brunetta alla Pubblica amministrazione, Carfagna al Sud, Gelmini alle Autonomie

Nel giorno in cui l’ex presidente della Bce ha cominciato le consultazioni con i partiti, l’ombra dell’esecutivo “tecnico-politico” voluto da Oscar Luigi Scalfaro nel 1993 si è allungata sullo sfondo della crisi politica italiana. E non solo per i numerosi legami tra i due ex governatori di Bankitalia. Ecco come era formato e cosa portò alla nascita dell’esecutivo del futuro presidente della Repubblica. E perché oggi potrebbe essere preso come esempio

Fu il primo governo in assoluto a essere guidato da un presidente mai eletto in Parlamento. Ma pure il primo dal 1947 ad avere ministri provenienti dal Pci, che da pochissimo si era trasformato nel Pds. All’epoca li chiamavano ancora post comunisti: durarono in carica per dieci ore circa, ma c’è chi dice siano state addirittura ventiquattro. Sono i primati da almanacco collezionati dal governo di Carlo Azeglio Ciampi. Un precedente che nelle ultime ore è stato ripescato dagli archivi. Nel giorno in cui Mario Draghi ha cominciato le consultazioni con i partiti, l’ombra dell’esecutivo “tecnico-politico” voluto da Oscar Luigi Scalfaro nel 1993 si è allungata sullo sfondo della crisi politica italiana. E non solo perché sui legami tra mr “Whatever it takes” e il presidente della Repubblica nativo di Livorno si potrebbe scrivere un piccolo saggio. Ma andiamo con ordine.

A caccia di voti per il “governo d’alto profilo” – Due giorni fa, annunciando la sua intenzione di volersi affidare a un “governo di alto profilo“, Sergio Mattarella ha fatto “un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché gli conferiscano la fiducia”. Un auspicio, quella del capo dello Stato, che però si scontra con il frammentato quadro politico. Pallottoliere alla mano, infatti, un eventuale governo Draghi avrà bisogno di sostegno di almeno uno dei due gruppi più grandi per superare la prova del Parlamento. Significa essenzialmente che – considerando come “scontato” il sostegno del Pd, di Forza Italia e di Italia viva – per avere la fiducia occorrono o i voti della Lega o quelli dei 5 stelle. In attesa di capire l’esito delle consultazioni, si può registrare la condotta ambigua di Matteo Salvini – che non ha ancora detto esplicitamente no a Draghi – e quella assolutamente in evoluzione dei 5 stelle. Dopo la nota di Luigi Di Maio, ieri è toccato a Giuseppe Conte rompere il silenzio per la prima volta da quando si è dimesso. L’attuale inquilino di Palazzo Chigi ha detto essenzialmente che non sarà lui a ostacolare la nascita del nuovo governo, ma che dal suo punto di vista sarebbe meglio affidarsi a un esecutivo politico invece che a uno tecnico. “Le urgenze del Paese richiedono scelte politiche, non possono essere affidate a squadre di tecnici”, sostiene Conte. Frasi passate ai raggi X dagli analisti politici del Paese.

Un mandato senza paletti – È anche per questo motivo che ormai comincia seriamente a prendere quota l’ipotesi di un governo tecnico-politico guidato proprio da Draghi. Una strada percorribile visto che il mandato affidato da Mattarella all’ex presidente della Bce è libero da paletti. In base alle trattative che porterà avanti con i partiti, il premier potrà decidere liberamente la composizione del suo governo: ministri tutti tecnici? Tecnici di area politica? O tecnici insieme ai politici? Draghi opterà evidentemente per la soluzione che gli garantisce una maggior stabilità. Una è la ricetta suggerita dal Colle: chiarire al Parlamento che non verrà commissariato, proprio ora che c’è da progettare l’utilizzo di 200 miliardi di fondi europei. Draghi dovrà probabilmente trovare una mediazione tra professionisti completamente esterni alla politica, personalità indicate dai partiti e pure qualche big di alto livello.

Il primo dei Ciampi boys – Ecco perché il precedente Ciampi è tornato prepotentemente d’attualità. Entrambi al vertice di Bankitalia – Ciampi per 14 anni, Draghi per 6 – le storie dei due sono così vicine che negli anni ’90 l’attuale premier incaricato si guadagna l’appellativo di “Ciampi boy“. Di più: Draghi viene indicato come il primo dei Ciampi boys, una locuzione finita addirittura sulla Treccani, che si riferisce alla squadra di giovani economisti creata proprio dall’allora ministro del Bilancio del governo Prodi per salvare l’Italia dall’esclusione dall’euro. D’altra parte nel 1991 fu proprio Ciampi, all’epoca potente governatore della Banca d’Italia, a consigliare a Guido Carli di nominare l’attuale premier incaricato come nuovo direttore generale del Tesoro. Fin qui le analogie personali.

Un Colle e due regie – Poi ci sono le condizioni in cui maturarono le due esperienze di governo (semmai dovesse maturare quella di Draghi). Intanto una premessa: va segnalata una diversa gestione dal Quirinale. Nel 1993 Scalfaro guidò la crisi e la nascita del governo Ciampi in primissima persona, arrivando a scegliere ministri e sottosegretari. Ventotto anni dopo Mattarella si è limitato ad assegnare un incarico a Draghi, spiegando perché dal suo punto di vista è impraticabile tornare subito alle urne: da qui in poi il boccino è in mano al premier incaricato. Il mandato di Draghi oggi è chiaro: formare un governo solido per gestire l’emergenza sanitaria, quella economica e il Recovery plan. È il caso di ricordare che a scatenare il caos nel Paese, e nel mondo intero, è oggi la più grossa epidemia dell’ultimo secolo. La crisi politica, invece, è solo frutto dell’operato di Matteo Renzi.

Carlo Aeglio, “l’uomo migliore” – Diverse le cause che portarono Scalfaro ad affidare l’esecutivo all’allora governatore di Bankitalia. Il precedente governo, guidato da Giuliano Amato, si dimise il 22 aprile del 1993 dopo dieci mesi di agonia. Tutto il sistema politico che per mezzo secolo aveva governato l’Italia stava cadendo sotto i colpi degli avvisi di garanzia di Tangentopoli. Per la verità il Paese intero ha rischiato di crollare a causa dell’avanzata terroristica di Cosa nostra: erano già stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dopo pochi mesi il tritolo avrebbe attraversato lo Stretto con le stragi di FirenzeRoma e Milano. È in questo clima che Scalfaro vara il primo “governo del presidente” della storia: sarà l’ultimo della cosiddetta Prima Repubblica. Il 26 aprile il Quirinale convoca Ciampi, in quei giorni definito da Indro Montanelli come “l’uomo migliore, più indipendente e più competente che il Paese potesse esprimere”. Per Gianni Agnelli “Ciampi è un uomo di grande competenza, farebbe bene qualunque mestiere”. Raccontano che all’inizio il diretto interessato sia un po’ perplesso: “Perché a me? Perché dare l’incarico a un non politico?”. “Non ho altra scelta”, risponde Scalfaro.

Il primo governo del presidente – Le consultazioni durano due giorni e Ciampi le fa da casa sua, lontano dai palazzi del potere che da allora non sono molto ben visti. Dopo 72 ore, ecco il governo: ci sono tecnici puri come Franco Gallo alle Finanze (presiederà la Consulta fino al 2013), Alberto Ronchey ai Beni Culturali (confermato dal governo Amato), Paolo Baratta al Commercio estero, Umberto Colombo all’Università, Sabino Cassese alla Funzione pubblica. All’Industria c’è il professor Paolo Savona, l’uomo che nel maggio del 2018 Matteo Salvini avrebbe voluto ministro del Bilancio nel governo gialloverde, suscitando il parere contrario di Mattarella e quindi alcuni giorni di caos istituzionale. Il guardasigilli era il professor Giovanni Conso, uno dei padri del nuovo codice di procedura penale. Per tornare al governo Ciampi, accanto ai tecnici puri ci sono quelli di area, come Fernanda Contri agli Affari sociali in quota Psi, Piero Barucci per la Dc al Tesoro, Luigi Spaventa al Bilancio, considerato esponente di Alleanza democratica di Mariotto Segni. Poi ci sono anche politici tout court, come i democristiani Nicola Mancino agli Interni, Rosa Russo Iervolino alla Pubblica Istruzione, Beniamino Andreatta agli Esteri. Nota di colore: per il Psdi siede al governo come sottosegretario alle Finanze anche un generale dei carabinieri. Si chiama Antonio Pappalardo ed è lo stesso personaggio che negli ultimi mesi si è posto alla guida dei cosiddetti “gilet arancioni“, un movimento composto da No Vax e negazionisti dell’epidemia.

Ex comunisti al governo (per 10 ore) – Nel governo all’inizio c’è pure la sinistra, cioè gli ex comunisti che non andavano al governo dal 1947, terzo esecutivo di Alcide di De Gasperi. Gli esponenti della Quercia sono in tre : Augusto Barbera ai Rapporti con il Parlamento, Vincenzo Visco alle Finanze, Luigi Berlinguer all’Università. Un ministero lo ottengono pure i Verdi con un giovanissimo Francesco Rutelli all’Ambiente. Si dimetteranno tutti dieci ore dopo aver giurato. Il motivo? Quello stesso giorno la Camera respinge due richieste di autorizzazione a procedere (su sei) nei confronti di Bettino Craxi, accusato di corruzione. “Fui io a decidere, pur essendo in minoranza, per l’ingresso del Pds nel governo. Il salvataggio di Craxi scaricò su di me un’enorme pressione da parte dell’opposizione interna nel partito e mi costrinse all’uscita dal governo. Col senno di poi, però, si trattò di un errore. Indotto dalle pressioni dell’opposizione interna nel Pds e dal fatto che l’ingresso fu una forzatura, ma pur sempre un errore”, ammetterà Achille Occhetto anni dopo.

Un governo per il Mattarellum – Le dimissioni dei quattro ministri di sinistra sembrano mettere a rischio la sopravvivenza di tutto l’esecutivo. “Tornai a casa la sera verso le dieci – ricordava Ciampi – Ho suonato il campanello, mia moglie mi disse: Per fortuna è già finita, neanche 12 ore. Sarebbe stato il governo più breve nella vita della Repubblica“. La signora Franca Pilla si sbagliava: l’esecutivo di suo marito andò avanti. Non tantissimo per la verità: in carica formalmente dal 29 aprile 1993 all’11 maggio 1994, dimette già sette mesi dopo il giuramento. La caduta non fu però improvvisa: già alla sua nascita quello di Ciampi fu definito – tra le altre cose – come un governo “a scadenza” e “di scopo“. Locuzioni che all’epoca fecero il loro esordio nella cronaca politica. Quale era lo scopo? Approvare una legge elettorale di stampo maggioritario, come chiedevano i cittadini che avevano votato al referendum di Segni. La farà ad agosto varando il Mattarellum, dal nome del deputato della Dc che ne fu relatore. E che oggi, 28 anni dopo, si avvia a concludere il suo settennato al Quirinale.

Le stragi, la Trattativa, a un passo dal colpo di Stato- Non c’è solo la legge elettorale tra le tappe che faranno rimanere nella storia quel primo governo del presidente. Nell’estate del 1993, infatti, Ciampi arriva addirittura a temere il colpo di Stato. Il 27 luglio, la sera della strage di via Palestro a Milano, il presidente del consiglio è al telefono nello stesso momento in cui due bombe esplodono davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e san Giorgio in Velabro, a Roma: per fortuna non faranno vittime ma per gli inquirenti che anni dopo indagheranno su questi fatti sono messaggi inviati da Cosa nostra alle Istituzioni. “Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse: Carlo, non capisco cosa sta succedendo…, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “, confiderà Ciampi in un’intervista rilasciata nel 2010. Quando ad alcune decisioni dei suoi vecchi ministri cominciano a interessarsi i pm della procura di Palermo. Per esempio a quella compiuta nel novembre del 1993 dal guardasiglli Conso di non rinnovare il 41 bis a più di 300 boss mafiosi: per la procura si trattò di uno degli elementi di scambio della cosiddetta Trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra. “Ho preso quella decisione in totale autonomia per fermare la minaccia di altre stragi e non ci fu nessuna trattativa“, dirà l’anziano professore vent’anni dopo, sotto interrogatorio. I pm non gli crederanno e lo iscriveranno nel registro degli indagati. Anche Scalfaro fu interrogato dalla procura rendendo una testimonianza che i giudici della corte d’Assise definiranno poi “sorprendente” per i tanti “non ricordo“. “In assenza e prima di qualsiasi domanda o cenno – scriveranno nel 2018 – ha spontaneamente escluso la sussistenza, non soltanto di una qualsiasi possibile trattativa tra Stato e mafia” ma anche “il possibile legame tra il regime del 41-bis e le stragi del 1993”. Questa, però, è un altra storia.

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13 Febbraio 2021
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